Tracce dal Passato
Derinkuyu: ingegneria e ipotesi su una città sotterranea della Cappadocia

Le caratteristiche strutturali di Derinkuyu
Derinkuyu è la più grande città sotterranea scavata in Turchia, profonda 85 metri e in grado di ospitare fino a 20.000 persone con animali e scorte di cibo.
Le caratteristiche strutturali del luogo meritano analisi: proviamo a porci qualche domanda su ciascuna, senza forzare conclusioni ma tenendo gli indizi a mente.

Entrate chiuse dall’interno: le ipotesi sono sostanzialmente due
Le entrate potevano essere chiuse dall’interno con grandi porte di pietra rotolanti: questo ci dà qualche primo indizio. A che pro?
- non si voleva fare entrare nessuno dall’esterno
- ci si voleva proteggere da qualche evento naturale esterno (in corso o in previsione), evidentemente non di natura acquatica, per deduzione non necessaria da spiegare
Piani isolati tra loro: le ipotesi
Ogni piano poteva essere isolato separatamente, anche questo corrisponde a due ipotesi principali, più una terza aggiuntiva.
- sempre nell’ottica di non voler fare entrare estranei, poteva introdurre una misura di sicurezza e protezione di ciò che c’era in fondo, a livelli difensivi
- ancora una volta nell’ipotesi dell’evento catastrofico naturale, meteoritico o di calore, escludendo ovviamente l’acqua, questi livelli “sigillati” potevano offrire maggiore sicurezza per le aree da proteggere con più attenzione
- essere in tanti rinchiusi, magari per molto tempo, lì sotto terra, poteva indurre a nervosismi e disagi, nonché rivolte. I molti livelli potevano assicurare protezione massima alle componenti di rango più alto della società
Includeva al proprio interno torchiai per vino e olio, stalle, depositi, refettori, cappelle e altri ambienti
Qui si inizia a entrare in aspetti davvero interessanti, proviamo a fare un parallelismo oggi per partire. Se oggi due Paesi fossero in guerra, uno dei due tenderebbe a proteggersi con tutta la propria popolazione -nell’ipotesi di avere un bunker sufficientemente grande, dentro un bunker? La risposta è categoricamente: no. Il controllo in battaglia dovrebbe anche essere sul territorio in superficie, e nel bunker si andrebbero a riparare, in situazioni molto critiche, solo alcune figure importanti del Paese sotto attacco. Portare tutto l’occorrente per vivere, inclusi gli animali, prova che l’intera popolazione si fosse rifugiata lì sotto. Nello scenario di pochi rispetto a tanti, i tanti potrebbero fornire ai pochi altrimenti le provviste in via periodica. I pochi potrebbero uscire periodicamente e rifornirsi, per poi tornare a proteggersi.
Quindi tutti si erano rifugiati lì sotto: perché?
Facciamo anche in questo caso delle ipotesi ragionevoli, presupponendo che avendo scavato quel luogo -in quel modo- fossero intelligenti. Intelligenza che tendiamo ad attribuire solo al post ‘900 troppo spesso.
- Sapevano che un impero immenso sarebbe passato da quelle parti dopo N anni e hanno quindi scavato un luogo dove vivere nel frattempo. Quantifichiamo un attimo N: profondità 85 metri, multilivello, capacità di ospitare 20.000 persone e animali, condotti di areazione. Quanto possono averci messo, ipotizziamo una quarantina d’anni? Suona davvero strano conoscere un’invasione nemica con 40 anni di anticipo, anche 20 o 10.
- Volevano proteggersi da qualcuno che potesse attaccarli o cercarli, solo dall’alto, magari in una prima fase. Questa ipotesi è bene lasciarla qui, però tenendola a mente, perché svilupparla razionalmente non è facilmente percorribile.
- Cercavano di proteggersi da qualcosa che stava per accadere a livello di fenomeno naturale. Questa ipotesi può essere sviluppata con maggiore serenità poiché -senza neanche scomodare possibili conoscenze tramandate sin da tempi più remoti di eventi ciclici sulla Terra, dei quali eppure ci sono tracce ovunque nel mondo- questo popolo potrebbe aver avuto nei mesi delle avvisaglie di fenomeni naturali devastanti, imminenti.
L’ipotesi tre, che appare la più verosimile, presuppone tuttavia una datazione antecedente a quella dei Frigi, popolo al quale viene oggi ipoteticamente attribuita l’opera. Ma questo non deve stupirci, dato che poi è stata riutilizzata da Greci, Arabi, Mongoli e Turchi.
Inoltre, a dimostrazione dell’importanza di rimanere rifugiati sotto terra, la città è collegata – tra le altre – con una città sotterranea chiamata Kaymakli, tramite un tunnel di 8-9 Km.
Il mito riconduce questo luogo a una sorta di Arca di Noè, analoga a quella biblica e non molto distante dai luoghi dove essa si sarebbe svolta. Con elementi però diversi: in questo caso si narra che la divinità suggerì al popolo di scavare e rifugiarsi sotto terra. Ricordiamo che una azione del genere di difesa estrema, potrebbe corrispondere a eventi naturali diversi rispetto a quelli legati a grandi piogge e inondazioni, che avrebbero fatto affogare tutti i residenti della città sotterranea. Sarebbe più probabile spostarsi con le lancette verso un fenomeno naturale di origine meteoritica oppure comunque legato al fuoco più che all’acqua.
Durante il periodo del Dryas recente si fa riferimento a due eventi catastrofici, avvenuti rispettivamente circa 13.000 e 11.000 anni fa. Alcuni studiosi ipotizzano che il primo abbia causato soprattutto impatti meteoritici e incendi, mentre il secondo sia stato caratterizzato principalmente da inondazioni e da un innalzamento del livello del mare. Il secondo potrebbe coincidere con quanto arrivato a Platone nel “mito” di Atlantide.
Una grande stanza usata probabilmente come scuola religiosa
Elemento utile per orientarsi verso delle conclusioni: trovarono il tempo, in tutto ciò, di realizzare una stanza dedicata a tramandare la propria cultura, la cosa più importante per una civiltà, sinonimo di sopravvivenza.
Pozzo di ventilazione di 55 metri
Per rendere possibile la sopravvivenza venne realizzato un pozzo di ventilazione lungo ben 55 metri, dimostrando una vera e propria conoscenza ingegneristica.
Conclusioni: cosa non torna di Derinkuyu
Proviamo a spingerci a immaginare, per concludere, le modalità di costruzione del luogo, avvenuta per architettura sottrattiva, molto comune in antichità e simile per esempio alle opere Etrusche e Sarde.
Immaginiamoci queste persone che dovettero scavare in profondità 85 metri, creando molte stanze nel farlo. Pensiamo alla polvere che poteva soffocare le persone al lavoro. Fermiamoci a pensare all’illuminazione, sia durante gli scavi che durante il momento in cui vissero lì 20.000 persone. Davvero vogliamo credere che fosse possibile tenere accese delle torce, che provocassero quindi fumo?
Derinkuyu pone domande concrete a cui non è ancora stata data risposta documentata: come fu gestita l’illuminazione durante gli scavi e nella vita quotidiana a 85 metri di profondità? Perché l’intera popolazione, con animali e scorte, si sarebbe rifugiata sotto terra? Le ipotesi sul Dryas recente offrono una cornice plausibile, ma restano ipotesi. Nuove analisi stratigrafiche e datazioni più precise potrebbero fornire elementi utili.
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