Tracce dal Passato
Il Ponte dell’Abbadia a Vulci: strati etruschi, romani e medievali in un’unica struttura

Quando pensiamo agli Etruschi ci viene in mente la loro capacità artistica, che si riversava in opere scultoree e dipinti, così come nella realizzazione di spade, elmi e scudi. Ci viene inoltre in mente la loro capacità nella realizzazione delle opere murarie in tufo; basti pensare alle mura e ai tumuli sparsi per tutta la parte a nord del Lazio e in Toscana.
Non abbiamo tuttavia la percezione degli Etruschi come popolo in grado di realizzare importanti opere ingegneristiche.
Gli Etruschi erano in grado di lavorare la dura pietra
Gli Etruschi, come si vede da questi reperti conservati presso il Castello dell’Abbadia, oltre al tufo erano anche in grado di lavorare la pietra più dura presente nella zona.

Il bassorilievo in foto mostra un lavoro di abbassamento della superficie della pietra, in modo da ottenere il disegno.
Come mai troviamo allora opere esclusivamente in tufo nei lavori murari etruschi? Vale la pena osservare meglio, e in questo articolo vedremo il perché.
Il Ponte dell’Abbadia: un’opera con più livelli costruttivi
Passando da Vulci si suggerisce di visitare il Castello dell’Abbadia, e di soffermarsi in particolare a osservare il suo ponte: un’opera che ha visto più livelli di costruzione e riparazione a partire dagli Etruschi, passando dai Romani e sino al medioevo.
Per farsi un’idea della rilevanza del sito si può leggere l’ammirazione del poeta Ungaretti per essa.

Come si può osservare dall’immagine, sono presenti uno strato di epoca Romana in marmo e diversi livelli di ristrutturazione successivi.
Elementi che compongono il ponte
Il primo elemento visibile è coerente con quanto ci si aspetterebbe: un arco romano in marmo, seguito da quella che è probabilmente la ricostruzione romana in pietra vulcanica scura, con blocchi regolari e dall’aspetto omogeneo.
Più in profondità si intravede l’opera più antica, realizzata dagli Etruschi. È qui che chi è abituato a osservare le opere megalitiche inizia a notare qualcosa di inatteso: su cosa poggia il tufo etrusco? A livelli culturali che si susseguono corrisponde una stratificazione temporale che sale dal basso verso l’alto. Più antico significa più in basso, non sopra.
Al di sotto del tufo etrusco (600-500 a.C.) si trovano pietre relativamente grandi, tagliate in modo da legarsi bene tra loro in superficie, ma con la tipica forma irregolare dell’architettura poligonale antica — coerente con i megaliti che troviamo in altri contesti nel mondo.
Nella parte esterna del ponte, osservandolo frontalmente prima di attraversarlo, si incontra una tipologia di taglio della pietra non riconducibile allo stile romano. Le pietre sono tenute insieme dalla malta — segno di intervento romano — ma la loro forma parla di qualcosa di precedente. I Romani avrebbero potuto riassemblare materiale già esistente, integrandolo nella ristrutturazione.
Nell’immagine seguente si può osservare il tipico stile etrusco delle protuberanze sulla pietra, non riconducibili allo stile romano: lo stesso tipo di trattamento è riscontrabile sulla pietra lavica scura del Ponte dell’Abbadia.

Conclusioni
A oggi si ritiene che l’unica parte etrusca sopravvissuta del ponte sia quella in tufo. L’immagine mostra la vista da sopra il Ponte dell’Abbadia, che dà la misura della complessità nel far salire una struttura dal basso verso l’alto fino a tale altezza.

Osservando il ponte con attenzione alle tecniche costruttive delle antiche opere megalitiche poligonali e alle protuberanze sulla pietra presenti in contesti diversi nel mondo, dall’America Centrale al Giappone, ma soprattutto in Turchia (possibile origine degli Etruschi), emerge sulla pietra lavica più scura un trattamento non riconducibile allo stile romano. I Romani, qualche secolo dopo, potrebbero aver ricostruito e integrato un’opera già esistente.
L’ipotesi che l’articolo propone è che alcuni elementi costruttivi presenti tra Lazio e Toscana oggi attribuiti ai Romani possano avere origine etrusca, o derivare da una fase precedente a essa.
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