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La scala di Mohs e le lavorazioni dell’antichità che non tornano

La scala di Mohs e le lavorazioni dell’antichità che non tornano
Lavorazioni precise su pietra dura al museo di Torino - Tracce dal Passato
Ultimo aggiornamento ·
La scala di Mohs applicata ai reperti antichi: alcune opere precise usano materiali che gli strumenti dell'epoca avrebbero dovuto scalfire a fatica.

La scala di Mohs, creata dal mineralogista Friedrich Mohs nel 1812, misura la durezza dei materiali attraverso dieci minerali, dal talco (durezza 1) al diamante (durezza 10). Ogni minerale può scalfire quello che lo precede e viene scalfito da quello che lo segue. La scala fornisce solo un’indicazione della durezza, senza tener conto delle variazioni significative tra minerali contigui.

Minerali che compongono la scala di Mohs

I minerali impiegati da Mohs per comporre la scala da lui ideata sono i seguenti:

MineraleDurezza assoluta (Vickers)
Talco1
Gesso2
Calcite14
Fluorite21
Apatite48
Ortoclasio72
Quarzo100
Topazio200
Corindone400
Diamante1500
Scala di Mohs — durezza assoluta a confronto

A sinistra possiamo leggere il livello di durezza attribuito dallo stesso Mohs nella scala, da 1 a 10 appunto. A destra il numero riportato riguarda la durezza assoluta, un dato importantissimo per capire più a fondo la parte successiva di questo articolo. Per il momento ci basti comprendere che se diciamo che il quarzo ha durezza 7, questo non significa che è sette volte più duro del talco, ma 100 (osservando appunto la durezza assoluta). Il dato è citato da wikipedia, che fa riferimento a Applied Mineralogy: Applications in Industry and Environment di Swapna Mukherjee.

Un andamento che non segue la progressione attesa

Tenendo a mente la scala di Mohs, e applicando una logica di sviluppo progressivo della civiltà, e quindi delle conoscenze, delle competenze e delle capacità, ci si aspetterebbe di trovare opere di complessità crescente con il passare delle generazioni. Mai ci si aspetterebbe che la realizzazione di opere più maestose venisse abbandonata a discapito di quelle più grossolane, poiché l’avanzare della conoscenza e della pratica dovrebbe corrispondere a una semplificazione dei processi di analisi, progettazione e realizzazione delle opere stesse, garantendo quindi quantomeno il mantenimento della qualità.

Eppure, in moltissime parti del mondo ci troviamo di fronte a situazioni inverse, nelle quali abbiamo in genere questi elementi ricorrenti:

  • La civiltà di un periodo X afferma che le opere a loro attribuite siano invece risalenti a loro predecessori di un periodo Y. Spesso associati nelle loro tradizioni culturali al cielo o alle divinità. Questo è per esempio il caso degli Inca interpellati al riguardo dai conquistadores
  • Oppure, un caso abbastanza ricorrente in Egitto, avvengono delle appropriazioni del lavoro di chi li ha preceduti, da parte dei loro discendenti. I quali per esempio estirpano con un lavoro di scalpello il nome di un faraone precedente, e incidono il loro
  • Sempre in Egitto è possibile osservare un declino improvviso nella qualità e nella quantità delle opere realizzate dopo quelle che vengono attribuite alla quarta dinastia. Si arriva nei periodi successivi ad avere piramidi che si sbriciolano nelle sabbie del deserto e altre, dopo le precise misure geometriche della Grande Piramide, con la punta dall’inclinazione diversa della base
  • Altro caso molto ricorrente è quello degli strati di pietra: capita costantemente di trovare livelli di muri di pietra perfetti, realizzati con la cosiddetta tecnica megalitica e poligonale, con al di sopra -ad opera teoricamente degli stessi autori- degli strati largamente grossolani
  • Questo succede molto spesso anche con i sarcofagi, per i quali a una lavorazione perfetta e a lucido del granito corrispondono delle incisioni altamente imprecise, che troppe volte portano gli storici a indicarne incautamente l’autore. Approfondiremo presto con un articolo che riguarda il Serapeum a Saqqara
  • Un caso analogo riguarda il vasellame egizio, che successivamente all’epoca dell’Antico Regno ha visto diffondersi l’alabastro al posto di diorite e granito, oltre a terracotta e argilla

Strati diversi: i più antichi sono più precisi, i più recenti attribuiti agli Inca no

Nell’immagine in figura è possibile osservare chiaramente due mani diverse. La prima, la più antica, in grado di spostare massi megalitici in cima a Machu Picchu, intagliarli in una logica a incastro poligonale a tre dimensioni, senza che, ancora oggi, vi passi nemmeno un capello. Nella parte sopra del muro gli Inca hanno aggiunto pietre più piccole e non perfettamente combacianti.

Livelli di mura a Machu Picchu - Brien Foerster
Livelli di mura a Machu Picchu – per gentile concessione di Brien Foerster

Per quanto possa sembrare una ipotesi forzata, ci sono ormai centinaia di ore di video online dove poter osservare il lavoro di queste mani diverse — più antiche rispetto alle più moderne — in ogni parte del mondo. Esattamente ciò che ci aspetteremmo sempre di trovare dalle civiltà antiche.

Materiali diversi in strati ben distinti: granito alla base, pietra più morbida sopra

In figura osserviamo la base della cosiddetta Piramide di Micerino. I blocchi che possiamo vedere sono in granito rosa e sono sopra la pietra più morbida, con la quale ci immaginiamo normalmente essere state realizzate le piramidi: i classici blocchi a parallelepipedo. Con il granito ci collochiamo tra il 6 e il 7 nella scala di Mohs, eppure tentiamo ancora oggi di accettare che siano stati lavorati con il rame.

Pensiamo a cosa vuol dire ritenere che gli Egizi abbiano realizzato -per esempio- la Terza Piramide dell’altopiano di Giza utilizzando esclusivamente blocchi di “pietra morbida”, e poi a questo dover aggiungere la complessità del granito all’opera. Moltiplicando quindi per 50 la durezza della pietra lavorata. Si possono notare inoltre le cosiddette protuberanze o knobs, presenti anch’esse in tutto il mondo. Se si mostrassero, ed è stato fatto, degli scatti ingranditi da Egitto, Turchia, Centro e Sud America, Giappone e tanti altri paesi, nessuno sarebbe in grado di distinguerli. Queste protuberanze sono una caratteristica per noi senza senso, eppure evidentemente -dobbiamo prenderne atto- necessaria e comune a molte civiltà.

Il rame, il metallo più duro disponibile nell’antico Egitto, ha una durezza di circa 3 sulla scala di Mohs, mentre granito, basalto e diorite si trovano tra il 6 e il 7. Occorre inoltre considerare che il granito è composto da minerali di durezza diversa, tra i quali:

  • Quarzo (durezza 7 sulla scala di Mohs): uno dei minerali più duri nel granito
  • Feldspato (durezza 6 su Mohs): un altro minerale comune nel granito
  • Mica (durezza 2-3 su Mohs): più morbida rispetto al quarzo e al feldspato

Questo significa che applicando una forza adeguata sulla sua superficie, anche nell’ipotesi di utilizzare uno scalpello o una sega sufficientemente duri, sarebbe probabile ottenere discrepanze e imprecisioni, se non vere e proprie rotture nella pietra, proprio per via di questa differenza di durezza notevole dei minerali che lo compongono.

Volendo provare a tenere a tutti i costi l’idea convenzionale secondo cui gli Egizi avrebbero realizzato -per esempio- la Terza Piramide dell’altopiano di Giza utilizzando esclusivamente blocchi di “pietra morbida”, e poi a questo dover aggiungere la complessità del granito all’opera. Oltre alla durezza del materiale necessaria a scalfire un’opera in granito, va considerata la precisione al 4/10 di micron, come spiegato in questo articolo sui vasi pre-dinastici e dell’Antico Regno.

Vaso egizio in granito trasparente alla luce - UnchartedX
Vaso egizio in granito trasparente alla luce – per gentile concessione di UnchartedX

Conclusioni

La scala di Mohs offre uno strumento concreto per valutare le difficoltà tecniche che i costruttori antichi avrebbero dovuto affrontare. Applicata ai materiali usati in Egitto e in altre civiltà, mette in luce un’asimmetria: alcune delle opere più precise sono realizzate nei materiali più duri, con strumenti che secondo le ricostruzioni convenzionali non avrebbero dovuto essere sufficienti.

A questo si aggiunge il pattern ricorrente del declino qualitativo: opere più recenti, attribuite alle stesse civiltà o ai loro successori, mostrano una lavorazione significativamente meno raffinata. Non è un’anomalia isolata, ma un elemento documentato in più contesti geografici.

Questi dati non portano a una conclusione certa, ma rendono difficile accettare senza riserve la spiegazione convenzionale. La questione resta aperta, e i dati metrici oggi disponibili consentono di affrontarla con più precisione di quanto fosse possibile in passato.

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